27/09/2016 - Nomine senza requisiti: preludio all'attuazione della riforma Madia
Nomine senza requisiti: preludio all'attuazione della riforma Madia
Non c'è ragione alcuna per dubitare che la dottoressa Antonella Manzione, già comandante del corpo di polizia municipale del comune di Firenze, poi direttore generale del medesimo comune cooptata dal sindaco nel frattempo divenuto premier per svolgere la funzione di capo del Dipartimento degli affari legislativi presso la Presidenza del consiglio dei ministri, disponga di curriculum, qualità ed esperienza per poter essere nominata come componente del Consiglio di stato.
D'altra parte, per i dipendenti della Presidenza del consiglio dei ministri di alto livello è consueta l'attribuzione della qualifica di "consigliere", preludio alla possibilità di vedere uno sbocco di carriera proprio nelle sezioni consultive a Palazzo Spada.
Nulla da ridire, dunque, sul percorso e sulla "predestinazione". Se non fosse per un piccolo particolare: l'età. La dirigente di particolare fiducia del premier è troppo giovane per poter ricevere la nomina nel Consiglio di stato, perchè non ha i 55 anni di età richiesti. E, tuttavia, pare proprio che quella nomina andrà avanti "in deroga".
Sono solo le prove generali della riforma della dirigenza, avviata dalla "legge Madia": un brodo primordiale di norme confuse, buone per fissare regole da applicare ai dirigenti non apertamente schierati o in possesso di precise tessere di partito e accreditamenti presso le correnti giuste, e "derogarle" per quelli "di fiducia".
La riforma, nei fatti, rimette al totale arbitrio della politica l'assegnazione degli incarichi, soprattutto perchè non li riserva, come sarebbe logico, ai dirigenti di ruolo che saranno 36.000 circa, ma lascia ancora spazi aperti per il reclutamento dall'esterno, cioè per la possibilità dei politici di cooptare chi vogliano e meglio credano, anche a discapito di dirigenti di ruolo, sì, ma privi di incarico e lasciati a languire in "disponibilità", alle soglie del licenziamento e con lo stipendio falcidiato anche a meno del 30% (comunque pagato per nulla fare).
Sì, la riforma dovrebbe assicurare "merito", "valutazione", "efficacia". Sembrerebbe, però, evidente come non sia necessaria alcuna riforma per aggirare le norme e incaricare anche chi non disponga dei requisiti soggettivi per accedere a ruoli che, magari, merita pienamente sul piano delle capacità, ma ai quali non può attualmente accedere per l'elemento oggettivo del tempo.
In effetti, se le regole vengono aggirate elegantemente ora, non c'è ragione alcuna per non essere persuasi che il nuovo sistema, già di per sè posto ad allargare fino al parossismo lo spoyl sistem allo scopo di creare una dirigenza di partite e non una dirigenza della Repubblica, come pure si enuncia, allargherà ulteriormente le maglie per incarichi "in deroga", visto che l'assenza sostanziale di vincoli alle decisioni della politica faciliterà ogni deroga appunto. Nemmeno la valutazione positiva, nonostante la riforma richiami continuamente il "merito" come proprio valore, sarà utile per confermare il dirigente valido al suo posto. Occorre creare spazi alle "nomine" della politica. Anche in "deroga" ai meriti, oltre che in deroga a requisiti oggettivi come l'età.
Ma forse non sarà così. Forse, la riforma servirà, invece, ad evitare tutto questo. Allora, ci sarebbe stato da aspettarsi un atto di autodisciplina volto ad assegnare alla dirigente di fiducia del premier il meritato incarico a tempo debito, allo scoccare dell'età necessaria, senza deroghe. Oppure, il "merito" sarà tanto rilevante anche nel post riforma a giustificare ogni incarico a chiunque, in deroga a requisiti oggettivi, soggettivi, valutativi e di durata? Il solo doversi porre queste domande, in fondo, suggerisce la risposta sulla qualità della riforma in itinere.